lunedì 8 febbraio 2016

Sentieri d'acqua

SENTIERI D'ACQUA



Quando ero piccola, la prima cosa che facevo appena sveglia era appiccicare il naso alla finestra per vedere se pioveva. Amavo la pioggia e l’attendevo sempre con entusiasmo. Mi piaceva osservare le gocce che scivolavano sul vetro facendosi strada le une con le altre. Con il mio ditino seguivo il loro percorso tracciando sul vetro sentieri immaginari. I colori si mischiavano e sembrava che il mondo fosse stato dipinto con pennellate sfumate.

Amavo il rumore delle macchine che entravano con le ruote nelle pozzanghere e alzavano cascate d’acqua ai margini delle portiere. Annusavo l’aria fresca e mi riempivo i polmoni del profumo di terra bagnata. La città mi sembrava diversa, più vera e meno esigente.

«Mamma! Mamma! Posso mettere gli stivaletti oggi?» chiedevo saltellando per la casa. Bastava un piccolo cenno e io mi catapultavo nel ripostiglio per prendere tutto ciò che mi occorreva.

I miei stivaletti da pioggia erano rossi, come anche l’ombrello e la mantellina. Mi vestivo velocissima e in un attimo ero pronta per uscire. Avevo il permesso di entrare nelle pozzanghere e di saltare nell’acqua e per me non c’era gioia più grande. Camminavo con gli occhi puntati a terra e seguivo i rigagnoli che disegnavano i marciapiedi; immaginavo di essere in una foresta tropicale e mi sentivo un’esploratrice  di mondi nuovi, tutti da scoprire.

Amavo la pioggia e ogni volta era una festa e mi veniva voglia di ballare, incurante del fatto che potessi bagnarmi.




domenica 7 febbraio 2016

Respiri di carta

RESPIRI DI CARTA 





Quando mi siedo davanti al computer di solito faccio un profondo respiro prima di iniziare a scrivere. Chiudo gli occhi e cerco di restare aperta alle infinite possibilità. I pensieri mi palsmano e io mi lascio modellare, senza porre resistenza. Le mie mani iniziano ad accarezzare la tastiera e le parole rimbalzano nella mia mente e attendono trepidanti che io le scelga, rendendole speciali. 
Quando scrivo mi basta abbandonarmi al flusso creativo e lasciare che mi conduca su strade sconosciute e sentieri mai percorsi. In quei momenti mi sento leggera, in perfetto equilibrio. Scrivere mi permette di sbirciare le mie infinite probabilità e di dar loro voce.

“Allora le parole aiutano una messa a fuoco più precisa, inducono a un respiro più profondo. Vestono i pensieri di abiti meno affrettati.”
-Gerardine Meyer-

giovedì 4 febbraio 2016

Dove vanno a finire i calzini #8

DOVE VANNO A FINIRE I CALZINI




RIASSUNTO PUNTATE PRECEDENTI:

Pinco e Pixi sono due calzini. Trascorrono le loro giornate su uno scaffale girevole in un negozio di abbigliamento. Dialogano tra loro attraverso il filo di plastica che li unisce. Un giorno la porta del negozio si apre e lo scaffale inizia a girare. Una grande mano afferra i due calzini e li mette in un cestinetto con una gonna viola e una collana di perle. Tutti si mettono a urlare spaventati. Sul nastro trasportatore, Pinco cerca di scappare saltellando giù. Ad un certo punto però la grande mano lo afferra, accidentalmente rompe l'etichetta che lo teneva legato a Pixi e Pinco si ritrova da solo per terra. Pixi viene messa in una borsa e portata via. Pinco si ritrova solo. Ad un certo punto da un buco nel muro sbuca un coccodrillo. Pinco si spaventa, ma poi guardandolo bene si accorge che non era un vero coccodrillo, ma un calzino a forma di coccodrillo. Il nuovo arrivato si presenta: si chiama Drillo e non sembra molto pericoloso. Drillo mette in guardia Pinco del pericolo che stanno correndo: gli Acarix potrebbero catturarli e a quel punto sarebbe la fine; devono assolutamente nascondersi.

EPISODIO 8

-MAGLIUS-

Drillo iniziò a tremare di paura. Io mi avvicinai e a bassa voce gli dissi:
«Ci sarà pure qualcosa che possiamo fare no?»
«Qualcosa sì, ma mi fa troppa paura!»
«E cosa sarebbe questa cosa che ti spaventa così tanto?»
«Dovremmo attraversare tutta la stanza e andare a parlare con Maglius, il saggio. Vive sulle montagne degli scaffali e sicuramente potrebbe darci un buon consiglio e forse potrebbe anche sapere dov’è finita Pixi.»
«Ma allora andiamo a parlargli! Perchè aspettiamo?»

Sguardi al presente

SGUARDI AL PRESENTE


Forse non tutti sanno che oltre a scrivere io lavoro in un centro d’aggregazione con bambini e ragazzi dai 3 ai 14 anni. Il mio lavoro mi appassiona e forse è il mio maggiore elemento di ispirazione.
Quali sono i giorni in cui, al lavoro, sento di stare davvero bene? Sono quelli in cui riesco a dedicarmi totalmente ai ragazzi, senza pensare all’attività successiva che dovrò svolgere. Negli istanti in cui riesco ad interrompere il mio lavorio mentale, mi ritrovo a scorgere particolari di cui normalmente non mi sarei mai accorta; mi ritrovo, per esempio, ad osservare gli occhi di un bambino che brillano mentre costruisce il suo veliero con i Lego, sorrido mentre con quel veliero affronta il mare in burrasca immaginandosi di essere travolto dalle onde, mi vedo riflessa nello sguardo di una bimba che mi chiede se ho voglia di giocare con lei e mi emoziono riscoprendo i giochi che amavo nella mia infanzia. Grazie a questi sguardi al presente, riesco a sfiorare la felicità e a sentire che la mia professione ha un senso.

mercoledì 3 febbraio 2016

Il gufo Lucio

IL GUFO LUCIO



C’era una volta un gufo che viveva nel bosco dei sussurri. Questo gufo si chiamava Lucio. Lucio era un giovane rapace e come tutti i suoi simili dormiva di giorno ed era sveglio di notte. C’era solo un piccolo problema: aveva paura del buio.
Tutte le volte che il buio avvolgeva gli alberi del bosco lui si svegliava e iniziava a tremare per la paura: i rami iniziavano a scricchiolare, le chiome degli alberi sussurravano tra loro e tutto il bosco si tingeva di ombre tetre che facevano tremare il povero gufetto. Il buio assomigliava a un mostro terribile che inghiottiva tutto quello che incontrava. Lucio, immaginandosi questo mostro, tremava di paura e non riusciva più a muoversi. Il gufetto terrorizzato rimaneva tutta la notte rintanato nel suo nido e, anche se avrebbe voluto volare libero nel cielo, aveva troppa paura per spiccare il volo.
Un giorno, all’improvviso, come un proiettile, atterrò Carletto, un pipistrello pasticcione e si scaraventò con una tale forza sul ramo che quasi fece cadere Lucio dall’albero. Carletto si rassettò le piume e poi, volgendosi verso il gufetto, gli sorrise:
«Scusa! Sto imparando a fare delle acrobazie in volo, ma non ho ancora imparato bene ad atterrare. Spero di non averti spaventato!»

lunedì 1 febbraio 2016

Labirinti virtuali

LABIRINTI VIRTUALI



Non è tanto che pubblico i miei racconti su Facebook e sul mio blog. È da un mese e mezzo che ho deciso di far conoscere al mondo la mia parte creativa e devo dire che più volte mi è sembrato di essere entrata in un complicato labirinto. I social sono degli strumenti importanti per gli scrittori emergenti e più mi ci addentro e più mi rendo conto di quanto diventi importante per uno scrittore trovare la propria specifica strada in mezzo al groviglio di vicoli che intasano la rete.

I gruppi su Facebook sono un’invenzione straordinaria per diffondere ciò che uno scrive, ma anche qui è necessaria la bussola per non perdere la rotta. Spesso le persone si muovono all’interno di tali spazi virtuali come se fossero a casa propria, senza leggere i regolamenti e senza preoccuparsi di cosa postano. Gli amministratori si ritrovano, come carabinieri, a tener testa alla pubblicazione selvaggia e spesso il loro lavoro è complicato e pesante. Ecco che si finisce nello scrivere lunghi regolamenti e nel considerare spam tutto ciò che esce da un sito o un blog esterno al gruppo, come se tutto fosse in vendita e tutto fosse un prodotto.

Io cerco sempre di leggere i regolamenti del gruppo e ho molto rispetto per il lavoro degli amministratori; nonostante ciò a volte mi perdo. Non riesco a star dietro ai gruppi che definiscono giorno per giorno ciò che uno può pubblicare e credo di non comprendere l’utilità di inserire nell’arco della settimana un momento di “spam libero” perché il più delle volte ciò si riduce ad una serie di post pubblicitari che pochi leggono.