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giovedì 23 giugno 2016

Piumino, l'uccellino che voleva essere libero

PIUMINO , L’UCCELLINO CHE VOLEVA ESSERE LIBERO



Un giorno mamma picchio stava zampettando vicino ad un arbusto di more. Non molto lontano c’era il suo nido con cinque uova dentro, riparate dal vento e dai predatori. Aveva scelto l’albero migliore del bosco, il più alto e il più frondoso. Si sentiva sicura e fiduciosa: non sarebbe successo niente di male ai suoi piccoli.
All’improvviso però i suoi occhi vennero attratti da qualcosa che brillava: c’era un piccolo uovo nel fogliame e lei si fermò ad osservarlo da vicino. Era un po’ più grande delle sue uova e tutto bianco. Preoccupata mamma picchio cercò di individuare il nido da cui era rotolato via, ma non riuscì a trovarlo. Non poteva lasciarlo lì tutto solo, si disse. Con delicatezza lo fece rotolare fino ai piedi del suo grande albero e poi iniziò a pensare ad un modo per portarlo nel suo nido.

lunedì 14 marzo 2016

Il pianoforte Forte Piano

IL PIANOFORTE FORTE PIANO
-Racconto scritto in collaborazione con Sofia Muraca-



C’era una volta un pianoforte che si chiamava Forte Piano e viveva nell’aula magna di una grande scuola. Desiderava tanto farsi degli amici, ma non sapeva come fare;  ogni volta che qualcuno si avvicinava, lui sentiva una grande emozione scoppiargli nel petto e iniziava a pigiare i suoi tasti con forza per attirare la sua attenzione. Ne usciva una musica stonata ed acuta che faceva scappare lontano la persona che si era avvicinata. Il pianoforte si sentiva tanto solo e iniziava allora a suonare una melodia triste, che aveva un volume talmente basso che nessuno riusciva a sentire. C’erano dei momenti in cui suonava troppo forte e altri in cui suonava troppo piano. Insomma non era mai adeguato alla situazione e si sentiva sempre più solo.
«Non riuscirò mai a farmi degli amici. Non valgo niente. Che cosa serve un pianoforte che non sa suonare? A niente! Ecco a che cosa serve» diceva tra sé e sé.
Il pianoforte Forte Piano divenne sempre più taciturno e alla fine smise di suonare del tutto e si richiuse nel suo silenzio.
Tutti pensavano che il pianoforte fosse rotto e lo spostarono in un ripostiglio e nessuno si ricordò più di lui.
Un giorno entrò nel ripostiglio un bambino e si accucciò ai piedi del pianoforte, nascondendo la sua testa tra le ginocchia. Aveva uno sguardo triste e il pianoforte Forte Piano iniziò ad osservarlo senza dire niente. Ad un certo punto suonò la campanella che indicava la fine dell’intervallo e lui si alzò, si sforzò di sorridere e se ne andò via. Il pianoforte rimase perplesso e nella sua mente si chiese perché quel bambino si era venuto a nascondere in quell’angusto ripostiglio. Il giorno dopo il bambino ritornò e anche quello successivo e quello dopo ancora. Ogni volta che usciva dal ripostiglio si sforzava di sorridere e ogni volta il suo sorriso sembrava sempre più triste.
Un giorno il pianoforte Forte Piano si fece coraggio e iniziò a pigiare sui suoi tasti con delicatezza, facendo attenzione a non spaventarlo. Né uscì una musica lieve e dolce. Il bambino alzò la testa e con gli occhi pieni di lacrime iniziò ad osservare il pianoforte. Con la manica della maglia si asciugò le lacrime e suoi occhi iniziarono a scrutarlo con attenzione.
«Ciao! Ma tu chi sei?» disse il bambino con un filo di voce.
«Ciao! Io sono un pianoforte e mi chiamo Forte Piano. Mi hanno messo qua perché i miei tasti non funzionano bene.»
«Io sono Michael e non penso che tu sia rotto. La musica di prima era bellissima. Forse hai solo bisogno di esercitarti per imparare a suonare.»
Il pianoforte allargò i suoi grandi occhi e sospirò. Avrebbe voluto credere con tutte le sue forze alle parole del bambino, ma ormai si era convinto di non valere niente e cambiare opinione su se stesso era difficile ormai.
«Perché durante l’intervallo ti nascondi qui?» chiese il pianoforte al bambino.
Il bambino tirò su la testa di scatto e osservò il pianoforte con i suoi grandi occhi verdi:
«Qui posso essere triste e non devo fingere. Mi sono trasferito da poco in questa scuola e non ho amici. Mentre ci sono le lezioni è più facile far finta di sorridere, ma durante l’intervallo i professori si  accorgerebbero che sono solo e andrebbero subito a riferirlo a mio padre. Non voglio che si preoccupi per me. Da quando è morta la mamma ha già tanti pensieri. Non voglio dargli anche questo fardello. Allora durante l’intervallo vengo qua e mi nascondo.»
I due rimasero in silenzio, uno di fronte all’altro. Il pianoforte, senza rendersene conto, iniziò a suonare una musica dolce; Michael chiuse gli occhi e iniziò a viaggiare nella sua mente: si vide correre spensierato in un prato, sentì intorno a sé un dolce profumo di camomilla e immaginò di coricarsi nell’erba, inebriato da una sensazione di benessere che invadeva tutti i suoi sensi. Un sorriso involontario colorò il suo volto e il pianoforte lo vide allontanarsi più sereno:
«Domani tornerò a trovarti!»
Il pianoforte annuì e sorrise: forse aveva trovato un amico.
Il bambino ritornò da lui ogni giorno e il suo umore iniziò via via a cambiare. Il pianoforte sentendosi accettato per quello che era, non si preoccupava di quello che poteva suonare. Semplicemente si lasciava andare e osservava il bambino animarsi al suono delle sue note. La musica divenne sempre più allegra e gioiosa e spesso il bambino si alzava felice e iniziava a saltellare per la stanza, seguendo il ritmo delle note.
Il pianoforte Forte Piano non si preoccupò più del volume della sua musica e un giorno accadde che suonò così forte che la musica invase tutti i corridoi della scuola. Bambini e insegnanti si fermarono ad ascoltarla, rapiti dalla sua bellezza.  Il bidello si ricordò del pianoforte che era stato messo nel ripostiglio, si avvicinò alla porta e si rese conto che la musica proveniva proprio da quello strumento; aprì la porta e rimase immobile ad osservare il pianoforte e il bambino che ridevano insieme, totalmente presi dalla loro musica. Tutti gli altri bambini e gli insegnanti si avvicinarono per osservare la scena e rimasero estasiati da quello che sentirono. Quando la musica terminò, un grande applauso scoppiò spontaneo e il pianoforte e il bambino si voltarono di scatto, rendendosi conto che non erano soli. I compagni di Michael si avvicinarono a lui e lo abbracciarono, facendogli i complimenti. Lo trascinarono in cortile e pretesero che giocasse con ognuno di loro. Michael li accontentò tutti e iniziò a correre nel cortile, gioendo nel suo cuore di quella inattesa popolarità. Il bidello riportò il pianoforte di nuovo nell'aula magna e ogni giorno nell'intervallo i bambini lo andavano a trovare, felici di ballare al suono della sua musica.
Trascorse una settimana e Michael iniziò a sentire la mancanza del suo amico Forte Piano. Chiese alla maestra di uscire durante la lezione di matematica e corse da lui, felice di poterlo riabbracciare. Quando i due si ritrovarono uno di fronte all'altro, i loro sguardi si illuminarono. Avevano vissuto entrambi una settimana molto intensa ma erano felici di potersi riposare l’uno negli occhi dell’altro.

Alla fine,  in un angusto ripostiglio, avevano scoperto il segreto più grande: per farsi degli amici bisogna trovare il coraggio di mostrarsi come uno è davvero. Non serve fingere e mettersi sul viso delle maschere, basta essere se stessi e poi il resto viene da sé. A volte uno si convince di non valere niente e, quando ciò succede, diventa difficile cambiare opinione sulla propria persona. Un amico vero ci accetta così come siamo e sarà attraverso i suoi occhi che impareremo ad amarci un po’ di più. A volte per imparare a credere in noi stessi abbiamo solo bisogno di qualcuno che ci faccia da specchio e che ci insegni ad apprezzarci e ad accettarci così come siamo. A volte basta solo trovare un amico.

mercoledì 9 marzo 2016

Bissy il serpente dispettoso

BISSY IL SERPENTE DISPETTOSO




C’era un volta un serpente di nome Bissy che si aggirava per i sentieri di campagna alla ricerca di uova di quaglia, il suo cibo preferito. Un giorno si allontanò dal suo rifugio talmente tanto da non riuscire più a trovare la strada del ritorno. 
Striscia e striscia si ritrovò vicino ad una strada di campagna, che portava in città. Senza pensarci troppo decise di attraversare. Una macchina sfrecciò vicino a lui, la luce dei fari lo accecò e Bissy andò a sbattere contro un lampione. Immediatamente il suo naso si staccò e iniziò a rotolare giù per la discesa. 
Bissy per un po’ lo rincorse ma il naso rimbalzò su un marciapiede e rotolò dentro a un tombino. Si mise a piangere disperato, si sentiva incompleto e una grande sensazione di ansia lo invase. Iniziò a fare dei piccoli sospiri e per alcuni secondi si perse totalmente d’animo. Non era mai stato così triste.  
Facendosi coraggio si inoltrò nel tombino. Si ritrovò in un mondo strano e cupo. Tubature di tutte le dimensioni si rincorrevano e sembravano dei grandi serpenti aggrovigliati. La luce era soffusa e Bissy strisciò nelle fognature fino a quando non trovò un'apertura che dava sull’esterno. Strisciò verso la luce e si ritrovò finalmente all’aria aperta.

mercoledì 17 febbraio 2016

Spuk lo spaventapasseri

SPUK LO SPAVENTAPASSERI



Simone abitava con il suo papà e la sua mamma in una cascina piena di animali. C’erano i cavalli, le pecore, le mucche e le galline. Simone aiutava molto il suo papà e sovente lo accompagnava nei campi. Una mattina il papà di Simone disse al suo piccolino che voleva costruire uno spaventapasseri.

«I corvi mi mangiano tutto il grano. Voglio mettere uno spaventapasseri proprio in centro al campo così nessun uccellino oserà più avvicinarsi. Mi aiuti?»
Simone acconsentì felice e corse con il suo papà nel magazzino. Ci volle tutta una mattina per costruirlo. Anche la mamma di Simone aiutò in quell’occasione: prima di tutto cercò un bel cappello di paglia, una camicia a quadrettoni e un bel foulard rosso. Prese poi del filo nero e gli cucì gli occhi, il naso e la bocca. Quando era pronto il papà di Simone lo portò nel campo. Simone gli girò un po’ intorno, lo osservò e poi disse:
«Lo voglio chiamare Spuk» e così fece.

Dovete sapere bimbi, che non tutti gli spaventapasseri hanno un nome. Di solito si chiamano spaventapasseri e basta, anche perché non vanno in giro per il villaggio a presentarsi: “Buongiorno, sono il signor spaventapasseri, lei chi è”. Di solito stanno tutto il tempo da soli nel campo e non hanno bisogno di un nome perché nessuno si ferma a parlare con loro.

Spuk quindi si sentì subito uno spaventapasseri speciale. Tutti i suoi amici erano senza nome e non sapevano né camminare, né correre. Lui un nome ce l’aveva e forse poteva provare anche a camminare. Ci mise un po’ per capire come fare a scendere dal bastone che lo teneva sollevato ma prova e riprova ci riuscì. Da quel giorno iniziò a esplorare di nascosto la campagna.
Però, dato che era uno spaventapasseri con un nome che sapeva anche camminare, decise di essere anche furbo. Correva a perdifiato solo da mezzogiorno alle due e poi si fermava immobile e ritornava uno spaventapasseri come tutti gli altri. Si era talmente convinto di questa regola, che allo scoccare dell’ora le sue gambe si fermavano e nessuno riusciva più a convincerle a muoversi. Rendendosi conto di ciò, lo spaventapasseri cercava di non allontanarsi troppo dal campo di grano, in modo da avere il tempo di fermarsi immobile nel posto che era stato a lui assegnato.

La cosa che gli piaceva di più era coricarsi tra le spighe di grano e lasciarsi accarezzare dal vento e osservare le nuvole del cielo che si rincorrevano felici. 
Dovete sapere bimbi che Spuk, come tutti gli spaventapasseri, non vedeva a colori ma solo in bianco e nero. Ma lui era abituato così e la cosa non gli dispiaceva.

Si trovava proprio coricato tra le spighe di grano quando un bel giorno accadde un fatto molto strano. 
Infatti arrivò vicino a lui Fido, un cagnolino. Quel giorno stava trotterellando nel campo di grano e a volte si spaventava perché se si girava di lato e vedeva una coda che lo seguiva, la sua. Non era ancora riuscito a capire che cosa volesse da lui quella coda che lo seguiva in continuazione. Concentrato sulla sua coda non vide Spuk coricato tra le spighe e si inciampò.
Spuk iniziò a urlare spaventato e Fido iniziò a ringhiare. Spuk cercò di alzarsi il più velocemente possibile, Fido gli saltò addosso e cercò di morderlo. Un’ unghia del cane si impigliò nel filo che pendeva da un occhio di Spuk e quando lo spaventapasseri iniziò a correre spaventato, il filo che gli teneva chiusi gli occhi iniziò a scucirsi. Non appena la luce entrò negli occhi dello spaventapasseri, lui sentì un grande bruciore e iniziò ad urlare disperato. Si nascose dietro ad un roccia e iniziò a piangere.

Il sole sentì la sua tristezza fin su nel cielo e si rese conto che doveva fare qualcosa per aiutare il piccolo spaventapasseri. Chiamò vicino a sé una nuvola, e poi un’altra e un’altra ancora. Le nuvole coprirono a poco a poco la luce del sole e gli occhi di Spuk iniziarono a bruciare molto meno. Dal cielo iniziarono a scendere delle piccole gocce di pioggia che accarezzarono con delicatezza il viso dello spaventapasseri. Lo spaventapasseri aprì gli occhi e non sentì più nessun bruciore.
Spuk sorrise, alzò gli occhi al cielo e vide un bellissimo arcobaleno tutto colorato. Di fronte a tutta quella meraviglia rimase senza parole. 
In quell’istante Fido si avvicinò a lui e lo leccò con dolcezza, come se volesse chiedergli scusa. 
Spuk si alzò, sorrise e disse:
«Prova a prendermi se ci riesci! » e iniziò a correre ridendo per il campo.
Quella fu l’inizio di una grande amicizia.

Spuk non si preoccupò più di tornare nella sua postazione allo scoccare delle due in punto. Correva con Fido fino all’ultimo minuto. Da quel giorno Simone e il suo papà ritrovarono Spuk sempre in una posizione diversa del campo e non riuscirono mai a capire perché ciò avvenisse. Ma non se ne preoccupavano più di tanto, perché da quando c’era Spuk nessun corvo mangiava più il grano. Infatti erano troppo spaventati per avvicinarsi. 
Spuk era davvero uno spaventapasseri speciale, e lo era perché aveva sempre creduto in sé stesso ed era diventato esattamente ciò che voleva essere.
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Scritto e illustrato in collaborazione con i bambini che frequentano i servizi della ONLUS Lenci

mercoledì 3 febbraio 2016

Il gufo Lucio

IL GUFO LUCIO



C’era una volta un gufo che viveva nel bosco dei sussurri. Questo gufo si chiamava Lucio. Lucio era un giovane rapace e come tutti i suoi simili dormiva di giorno ed era sveglio di notte. C’era solo un piccolo problema: aveva paura del buio.
Tutte le volte che il buio avvolgeva gli alberi del bosco lui si svegliava e iniziava a tremare per la paura: i rami iniziavano a scricchiolare, le chiome degli alberi sussurravano tra loro e tutto il bosco si tingeva di ombre tetre che facevano tremare il povero gufetto. Il buio assomigliava a un mostro terribile che inghiottiva tutto quello che incontrava. Lucio, immaginandosi questo mostro, tremava di paura e non riusciva più a muoversi. Il gufetto terrorizzato rimaneva tutta la notte rintanato nel suo nido e, anche se avrebbe voluto volare libero nel cielo, aveva troppa paura per spiccare il volo.
Un giorno, all’improvviso, come un proiettile, atterrò Carletto, un pipistrello pasticcione e si scaraventò con una tale forza sul ramo che quasi fece cadere Lucio dall’albero. Carletto si rassettò le piume e poi, volgendosi verso il gufetto, gli sorrise:
«Scusa! Sto imparando a fare delle acrobazie in volo, ma non ho ancora imparato bene ad atterrare. Spero di non averti spaventato!»

mercoledì 13 gennaio 2016

Una nuvola nel bosco


UNA NUVOLA IN UN BOSCO
Racconto di Laura Moscato 



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Oggi vi propongo un racconto che ho scritto con i bambini del servizio educativo che gestisco all'interno della O.N.L.U.S. Lenci. Questa storia è per loro ed è grazie a loro che è nata. I bambini sono la mia primaria fonte di ispirazione e ogni giorno di più mi rendo conto di quanto sia emozionante e illuminante il mio lavoro da educatrice. Detto questo, buona lettura miei cari amici!
Scritto e illustrato in collaborazione con i bambini del servizio SP.AG.O., gestito dalla O.N.L.U.S. Lenci 
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C’era una volta una nuvola che si chiamava Clio e viveva nel paradiso delle nuvole; era nata da poco, in un mattino d’estate. Ogni giorno veniva accarezzata dal vento e i raggi del sole la scaldavano facendola volare in alto. Tutto intorno a lei era perfetto e sempre uguale a se stesso.